La cittadella artigiana

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La cittadella artigiana2018-07-05T14:36:21+00:00

La cittadella artigiana che non c’era …  ma… basta una magia e… di Palmina Cannone

Vivevano un tempo, in quel di Fasano,  gli artigiani, anzi gli artieri, autori di manufatti che erano vere e proprie opere d’arte. Il loro segreto? Il marchio doc delle TRE M”: Mente, Materia, Mani, con cui griffavano i loro capolavori, unici nella specifica peculiarità.

Un giorno, correva l’anno 1950, caldeggiati dal vulcanico Aquilino Giannaccari al quale stava a cuore l’artigianato fasanese, gli artieri principiarono a sognare. Che cosa? Una città artigiana, che avrebbe alloggiato un migliaio di lavoratori, esaltando una categoria produttiva da sempre considerata spina dorsale dell’economia di Fasano. Un sogno fantastico! L’ingegnere Giuseppe Attoma prese carta e penna e stilò una esauriente relazione tecnica preliminare sul progetto per la realizzazione del villaggio artigiano, e la presentò al Comune.

Tutto era pronto… si industriarono a reperire fondi per la costruzione, ma questi non furono sufficienti, e  l’ ambizioso progetto si arenò sul nascere.

Sono trascorsi 62 anni da quell’aborto, ma il tempo non ha cancellato il sogno dei padri.

Con questa magica mostra vogliamo regalarvi una perla di quel sogno infranto, perché

 IL FUTURO È NELLE MANI.

 

U scarpäre (il calzolaio)

Stanno i calzolai fasanesi, con il grembiale, seduti al deschetto nelle loro pettìche.

Su una panca sono sistemati i materiali per confezionare le scarpe: cuoio, pelli di capretto, vitello, camoscio; su uno scaffale gli strumenti e gli arnesi da lavoro: martelli, pinze per occhielli, tenaglie, lime, bussetto, marcapunti, lesina, ago, tiraforme, regolo, forbici, bottigliette di “bianchetto”  e lucidascarpe di vari colori. In un angolo, una montagnola di scarpe rotte con enormi buchi, vecchie e sformate, racconta storie di miseria, di sudore, di fame.

In bella vista due paia di scarpe nuove, eleganti e sfacciatamente arroganti, attendono di essere ritirate da colui che le calzerà, un gentiluomo fasanese in doppiopetto e bastoncino.

Il calzolaio, intanto, continua a aggiuntare, risolare, rattoppare, tacconare, lucidare, abbozzare, impiantare, impuntire, e ingambalare, tra gli umori e gli odori della sua bottega.

Sono stati tanti i maestri calzolai fasanesi, creatori di scarpe su misura di alta qualità. Ne ricordiamo qualcuno: Mèst Pite Sèppe Vèite Cupertino (con bottega in via Santostasi); Angelo Pezzolla (C.so Garibaldi); Giuseppe Pezzolla (via Mogavero); Leonardo Ventrella (c.so V. Emanuele); Gerardo (C.so V. Emanuele); Giovanni Convertini (via Paternò); Giovanni Brunetti (via S. Nicola); Regolètte (via R. Bonghi).

Dicevano certi preti di una volta: “me vuláie accatté nu päre de scarpe, ma ‘nce vòlene dú o trè mèsse póure pe chiíre econòmeche” (vorrei comprare un paio di scarpe anche di tipo economico, ma è necessaria una somma pari ai proventi di diverse messe). (palmina cannone)

U fesculäre (il funaio)

Un particolare artigiano dei tempi andati è stato il funaio. Confezionava fiscoli, dalla circonferenza di cm. 50, per vecchi frantoi; per i nuovi, eseguiva diaframmi di giunco o di fibra di cocco, dalla circonferenza di cm.65,  che erano impiegati nelle presse per la separazione dell’olio dalla sansa.

Il filato di cocco, in balle, arrivava dall’India e ciascuna pesava q.1,50. Esso aveva la torsione di 10 capi, mentre i raggi del diaframma erano 39. Tutta la raggiera era ricoperta da filo di lion, un filato che arrivava da Milano, Biella e Napoli, e veniva intessuto con quello di cocco.

Il funaio costruiva altresì i contenitori della pasta delle olive.

Nei frantoi i fiscoli e i diaframmi erano molto usati: nelle presse venivano sistemati 40 dei primi; invece, nelle superpresse 75 dei secondi.

Il lavoro del fesculäre s’intensificava all’inizio dell’autunno, quando a Fasano, ricca di uliveti, iniziava la campagna olearia.

Altri manufatti eseguiti erano funi e tappeti.

Lavorava solitamente all’aperto, davanti alla sua bottega, perché aveva bisogno di spazio. La memoria corre al funaio che, coadiuvato da un garzone, lavorava alla discesa di C.so Perrini (di fronte a via S. Francesco), e a quello di via Musco. Scene quasi bucoliche, che declinano un passato in cui le vie erano a misura d’uomo.

Uno fra i maestri funai più stimati era Donato Musa (chiamato Dunäte mèst Mìneche perché figlio del maestro Domenico( con bottega in via Meucci 3.

Un vecchio adagio recita: “Stè fäsce accume u fesculäre, apposte de scì ‘nnanze, sté vè rìte” (Stai facendo come il funaio, invece di andare avanti, vai indietro. Si allude ai movimenti eseguiti da detto artigiano nell’espletamento del suo lavoro).

L’ espressione era usata dalle mamme per rimproverare i figli, che non progredivano nello studio o nell’apprendere un mestiere, perciò regredivano. (palmina cannone)

U cìstäre ( il cestaio), l’artiere ecologico

Nelle mani, nodose e affilate, del cestaio i polloni di ulivi, di mandorli, e le canne, diventano contenitori ecologici di varie dimensioni. Oggi in loco si possono ancora trovare le canne. Esse si tagliano con l’ultima luna di febbraio, poi si lasciano essiccare fino a maggio, si puliscono della corteccia, e, in ultimo, si fanno imbiancare al sole. Dopo queste operazioni le stesse, divenute flessibili, sono pronte per la lavorazione.

La nostra gente, sapendo vivere in armonia con la natura e, soprattutto mettendo in pratica l’antico detto del bisogno che aguzza l’ingegno (non ci si poteva permettere certi sprechi di adesso), aveva imparato ad utilizzare al meglio quanto offriva la campagna, e che ai nostri occhi appare privo di valore. I ferri del mestieri erano: a runcèdde (coltello ricurvo) e i fúrce da puté (forbici da potatura).

Anticamente, panarèdde (panieri), canìstre (canestri), e cìste o coffe (cesti), servivano al contadino e al fruttivendolo per contenere e trasportare frutta e verdura, alle donne per raccogliere le olive, alle famiglie per usi diversi.

Una volta, il paniere era usato anche come unità di misura.

Il cestaio non esercitava solo questo mestiere. Di solito era un contadino, che nei giorni di pioggia arrotondava le magre entrate familiari, dedicandosi alla costruzione dei recipienti accennati.

Si distinguevano dagli altri i Ferrara che, negli anni Sessanta del secolo scorso, svolgevano l’attività nel loro laboratorio di vimini, utilizzando  canne di bambù con strisce di castagno per realizzare panieri per la pesca,  midollo di castagno per oggetti più preziosi, e giunco per le culle. (palmina cannone)

U ruàgnäre (il vasaio, pignataro o cretaio)

L’arte del vasaio è antica quanto il mondo. In via santa Margherita c’era una volta una grande rimessa, annerita dal fumo di tanti anni, in cui si forgiavano oggetti di creta.

Vi lavoravano Cosimo e Giovanni Spagnolo, padre e figlio. Il giovane modellava, con incredibile abilità e perizia, i pezzi di creta impastati con la sola acqua, facendo girare col piede una ruota a congegno primitivo.

Acquistavano la creta da Montemesola (Ta ), perché era la migliore sul mercato. Nell’ampio laboratorio c’era un vecchio forno, dove venivano cotti i vasi e gli altri oggetti a fuoco dolce, altrimenti la creta si frantumava. La creta non danneggia le mani, né i polmoni. Per decenni questi e alti vasai hanno lavorato solo con le mani, secondo il sistema degli uomini antichi.

Hanno modellato vasi, salvadanai, pentole e tegami (indispensabili per cuocere un ottimo ragù, prelibate zuppe di legumi, la carne di pecora “menarile” in brodo”, purè di fave, parmigiana, peperoni, melanzane, carciofi ripieni al forno, per non parlare di riso, patate e cozze, di pollo o coniglio ripieno al forno), scaldini, anfore, brocche, cànteri e piccoli oggetti artistici, come i caratteristici trulli in miniatura.

Questa attività era fiorente fino a più di mezzo secolo fa, poi andò via via decadendo perché la creta fu sostituita, soprattutto negli utensili da cucina, dall’alluminio e dall’acciaio inossidabile. (palmina cannone)

U furnäre (Il fornaio)

Un tempo non esistevano i forni a gas, o elettrici, per cui si ricorreva a quelli a legna pubblici o si usava in casa u fùrne de campàgne (forno di campagna, ossia un grosso e basso cilindro di ferro su cui erano accesi carboni di legna, che si calava sul tegame sotto cui ardeva altro fuoco, realizzando la cottura sotto e sopra).

Ai forni pubblici si portavano ad infornare: il pane, che si preparava in grande quantità perché doveva bastare al fabbisogno della famiglia per oltre quindici giorni; a fecàzze a préime fùrne (la focaccia cotta alla prima infornata della mattina; a fecàzze chiaine de cepodde (la focaccia con le cipolle, specialità del venerdì santo); friselle; i paste, ca se ‘mpornene u doppemangé, aqqanne u fùrne jì chiú dòlce (i biscotti, che si infornano nel pomeriggio, quando la temperatura è più bassa); e ancora pan di spagna, ciambelle, fagottini di marmellata, sosomelli, paste secche, spumetti, taralli caserecci e bolliti, testine di agnello, marro, carrube, e altre leccornie.

Le signorine Guarini, sorelle del sacerdote don Pasquale, nel periodo di carnevale, al forno ubicato nel borgo antico, proprio nell’omonima via, vi portavano a tostare le mandorle, con cui realizzavano gli storici confetti ricci di puro zucchero con cuore di mandorla o chicco di caffè.

I fornai  vendevano anche la carbonella, molto richiesta per scaldini e bracieri in inverno.

Il fornaio era instancabile nell’usare la pala, il tirabrace, e aveva sempre la battuta pronta per intrattenere i clienti (erano più di sesso femminile) quando c’era da attendere.

Le figure più popolari: Cosimo Cofano, il fornaio dal cuore di miele, (c.so Garibaldi); Cristina (via Paternò e De Giosa); Mèncodde (via Verdi); Sarcinella (via Maggi); Vitolla (via Adami).

(palmina cannone)

II parte

U callaräre (il ramaio o calderaio)

Il calderaio era un artiere particolare, in quanto “artefice dalle molte arti”, per dirla con il compianto Giuseppe Marangelli. Non si limitava, infatti, a produrre vasellame di rame rosso, ma era anche lattoniere, fumista, costruttore di parafulmini, ingegnere, idraulico, commerciante dei propri manufatti, che vendeva alle fiere, e altro.

Era depositario di tante esperienze tecniche, della tradizione, e conosceva metalli e acidi alla perfezione.

Sapeva individuare la buona e la cattiva qualità del rame: puro o, al contrario, carico di terra, sottile o pesante, senza spessore omogeneo. Quanto allo stagno, lo acquistava in blocchi col marchio “Strait”, che si riteneva essere il più puro. Usava acidi pericolosi: solforico, muriatico, nitrico, per cui ne aveva grande competenza sia per un corretto uso e sia per la qualità.

Il già citato Marangelli ricorda che, una volta, un rivenditore tentò di offrire ad uno dei ramai fasanesi dell’acido muriatico a prezzo stracciato. Il calderaio pretese di vederlo prima dell’acquisto. Appena l’acido cominciò a fuoriuscire dalla damigiana per raccogliersi in un orciolo di creta smaltata, il maestro artigiano protestò: “No, questo acido non lo voglio!” Gli era bastato osservarlo, per considerarne la scadente qualità.

I più rinomati calderai di Fasano sono stati i Fratelli Marangelli, con bottega in via Nazionale dei Trulli (già via Taranto), n. 86 (ancora oggi esistente), che negli anni Trenta del secolo scorso contavano numerosi operai. Ciascuno, al proprio posto, batteva la caldaia con ritmo uguale, costante, fino a fondersi, “in un’unica onda musicale”. Per il vicinato quei suoni segnavano il tempo.

“I calderai hanno attaccato”, “I calderai hanno smesso” erano le espressioni ricorrenti nel dire delle massaie, per indicare il mattino o l’ora di pranzo. In un caso o nell’altro, dovevano affrettarsi a rassettare la casa o a portare il piatto in tavola. Il tempo si fermava la domenica, quando le botteghe dei ramai erano chiuse.

Nella stessa via Naz. dei Trulli c’era e c’è la bottega degli Olive, altri eccelsi  maestri. Naturalmente esistevano tanti altri bravi calderai in paese, che è impossibile citare.

U mèste d’asce (falegname)

Tra i mestieri artigianali esercitati a Fasano, una considerazione importante spettava al falegname, la cui attività ricopriva un ruolo necessario all’economia della società del tempo.

Questo lavoro comprendeva, infatti, varie tipologie: ebanista, impiallacciatore, intagliatore, intarsiatore, tornitore, carradore.

Erano tutti, nella propria peculiarità, bravissimi artieri con provata capacità tecnica e sicura competenza professionale, non proveniente dalla frequenza di scuole, bensì dall’esperienza acquisita da piccoli in bottega, dove imparavano i segreti del mestiere durante un lungo periodo di apprendistato, senza remunerazione alcuna.

C’era il falegname, che eseguiva infissi e mobili più economici in legno di abete per le case delle famiglie meno abbienti, o per gli sposi plebei: le “tavole” di legno, da posizionare sui trespoli di ferro, a reggere il saccone (imbottito con foglie secche di granturco), o il materasso (di fiocchi di lana di pecora), l’armadio, il comò, i comodini, la cassapanca, il tavolo da pranzo, il cui piano di appoggio si ribaltava, lasciando aperta una cassa, dove s’impastava, e poi si conservava il pane fatto in casa, e qualche sedia.

E c’era l’ebanista, che lavorava il legno pregiato (noce, palissandro, mogano, ciliegio, frassino, castagno) per le esigenze  più fini delle classi sociali più abbienti, ossia infissi e mobili in legno pregiato e più elaborati per palazzi e case signorili.

Tra i più rinomati il pensiero va a Giuseppe Custodero, papà del giornalista e storico Gianni, agli Ancona, ai Rosato, ai Giordano, a Michele Valentini, papà dell’ing. Giovanni, ai Recchia, ai Loconte, a Di Roma, Cedro, Guarini, Di Ceglie, Cofano, Buongiorno, Legrottaglie, Murri.

Un discorso a parte meritano i carradori, tra i quali si erge la figura geniale di Tommaso Caramia, che da provetto “ingegnere” disegnò e creò carrozze di lusso (naturalmente a trazione animale), principalmente da passeggio, dotate di eleganti rifiniture, e inoltre: a bagnacavàdde, adibita al trasporto di tre o quattro passeggeri; u brècche, vettura con alta cassetta; u vagonètte, carrozza più lunga; carrozze funebri per i funerali dei bambini; altri modelli per il trasporto dei detenuti, e per le fughe d’amore (la fuitina di innamorati contrastati dalle proprie famiglie), carrozzelle scoperte a quattro ruote, u sciarabàlle, u soprammòlle, u sulche ad un posto, a sciarrètte.

La poliedrica attività del Caramia non si ferma qui. Ideò e realizzò carri per usi diversi: da quello adibito al trasporto del latte a quelli, nel 1943, per carichi di viveri e munizioni, commissionatigli dall’arsenale militare di Taranto.

La storia infinita di Tommaso annota ancora tra le pagine: piccoli carri gommati, rimorchi, e tante invenzioni, tra le quali il “particolare freno” per rimorchio C.R.L. 30; il “particolare del timone”; il rimorchio agricolo “Caramia C.R.P.20” (20 q. di portata) e … altre.

La memoria corre ad un altro carradore, Giuseppe Palazzo, con bottega in via Roma, e a tutti gli altri che non citiamo (per motivi di sintesi), ma ai quali va la nostra ammirazione. (palmina cannone)

U ferräre (il fabbro ferraio)

Entriamo con la macchina del tempo, che ci riporta indietro negli anni, nell’antica bottega del maestro fabbro fasanese Paolo Stanisci, coadiuvato dal fratello. Restiamo stupiti nel vedere con quale cura, dopo una giornata di duro lavoro, egli ripone in uno scaffale le tenaglie, il punzone, le preselle, lo stampo, il controstampo, il martello, il calibro, e la mazza. In un angolo troneggia il ceppo, con sopra il piano, e su di esso il tagliolo, e una piccola incudine con due corni, uno tondo e l’altro quadro, di nome bicòrnia. Ci soffermiamo ad osservare delle catene, finemente lavorate, per candelabri.

Il maestro ci mostra un rosone meraviglioso, degli alari, e dei cancelli di vario tipo, che sembrano  merletti civettuoli e raffinati.

È arte pura! La creatività si sposa con la leggiadria delle mani, che hanno saputo forgiare il ferro, brutto anatroccolo, divenuto cigno nella forza-leggerezza di quelle mani magiche. Le mani del passato, che si colorano di futuro, nella consapevolezza del presente.

Tra gli altri maestri fabbri sono da annoverare: Francesco Nisi, Achille Trisciuzzi e gli Angelini, i Savoia, i Grassi, ecc..

Achille Trisciuzzi era anche il segretario della libera associazione artigiana di Fasano, e si batté da leone per risolvere i problemi della categoria. Per esempio, esaminò il problema riguardante l’abbinamento alle costruzioni Ina-Casa dei lavori artigiani (infissi, lavorazioni in ferro, pittura, ecc.) appaltati a ditte che sfruttavano l’opera degli artieri, creando tra questi ultimi sleali concorrenze. A nome degli artigiani di Puglia e Lucania, il Trisciuzzi chiese che venisse integralmente applicata la legge sullo scorporo, così come si era fatto altrove.

A proposito dei fabbri, esiste un simpatico proverbio, che vale la pena ripescare dal mare del passato: “Sècche de ferräre i fäme de frabbecatóure” (sete di fabbri e fame di muratori), nel senso che i fabbri sudano nel forgiare il ferro sul fuoco, soprattutto in estate, mentre i muratori spendono notevoli energie, che devono reintegrare.  (palmina cannone)

I sarte (le sarte)

Nino Ruppi nota che, a Fasano, schiere di casalinghe si dedicavano a lavori di cucito e ricamo a domicilio. Erano sarte eccellenti, camiciaie, maestre di biancheria, le cui raffinate confezioni sembravano provenire da Torino, Roma e Firenze.

Erano famose per la loro proverbiale alacrità, tanto – riferisce ancora il Ruppi – che una volta una certa Eufrasia ebbe a dire: “sta uscendo la processione e una devota aspetta la veste che ancora devo tagliare, ma forse ci arrivo.”

In questo contesto socio-economico della prima metà e più del secolo scorso  nasce, si sviluppa e fiorisce il laboratorio delle sorelle Maria, Lina e Immacolata Botta, sito in via santa Teresa n. 5, che hanno appreso dalla madre l’arte del cucito e del ricamo. Delle tre, Maria ha studiato a Bari, conseguendo il diploma presso la Scuola di sartoria Panaro.

Nel laboratorio-scuola producono abiti da sposa, semplici o ricamati, incantevoli nell’unicità che li contraddistingue. I ricami, rigorosamente eseguiti a mano, in filo dorato o a coralli e perline, sono a dir poco suggestivi. Elegantissimi gli originali abiti da cerimonia di colore rosa, nero, blu o a pois. Preziosi i cappelli, elemento indispensabile per completare l’abbigliamento della donna di classe. Sono di fogge diverse, da mattino, da pomeriggio, da sera; in feltro per l’autunno-inverno, in paglia per la primavera-estate, con guarnizioni di fiori o con veletta calata a coprire il viso, segno di maliziosa seduzione.

La fama delle sorelle Botta, che ci piace paragonare alle sorelle Materassi, rinomate ricamatrici fiorentine, che danno il titolo al miglior romanzo di Aldo Palazzeschi, si diffonde ovunque. Le numerosissime clienti vengono a Fasano da Bari, Martina, Monopoli, Locorotondo, Taranto, Brindisi, Ostuni. Per soddisfare tutte le richieste il laboratorio si arricchisce di macchine per plissè e per l’orlo a giorno, con cui vengono rifiniti volants, gonne e biancheria da letto, da bagno, da tavola e da cucina.

Tra le numerose apprendiste, una rivela attitudini straordinarie: Luisa Guida, che frequenta un corso di “taglio e cucito” addirittura a Milano, dove consegue il diploma nel 1949 col massimo dei voti. Tornata a Fasano, avvia un’attività  di alta moda, prima in via santa Teresa e successivamente in via Riccardi n.5. Nel suo laboratorio si contano 15 apprendiste avvicendatesi negli anni. Nelle sue mani le stoffe assumono forme leggere, movimenti armonici, s’intrecciano, si trasformano annodandosi, quasi a voler eternare la bellezza femminile.

Luisa, alias Lisetta, qualche decennio fa ha cessato l’attività, ma, poliedrica com’è, si dedica alla realizzazione di abiti e biancheria intima, nonché alla vestizione della Madonna del Rosario, presente nell’omonima chiesa in via Fogazzaro (già via delle ‘donne monache’), e delle altre statue di Maria nelle chiese locali.

Le sorelle Botta, Luisa Guida, tutte le altre sarte e i grandi maestri di moda maschile, tra cui Celi e Dell’Anno (ai quali sono state intitolate due strade), Acquaviva, Iacovazzi, Vinci, Schena, ecc.), hanno fatto di Fasano una città elegante, anzi la piccola Firenze del Sud. (palmina cannone)

I recamatréisce (le ricamatrici)

Quando Berta filava, a Fasano già si ricamava.

Il settore artigianale femminile, un tempo fiorentissimo, produceva tessuti,  arazzi, manufatti  realizzati a maglia, a uncinetto, e ricami a filet, in bianco, in filo dorato, a frivolité, e a tombolo. Fino agli anni ’40 del secolo scorso, prestigiosa era la scuola serale “Ente pugliese di cultura popolare” (sede distaccata di Bari), diretta da donna Generosa Ruppi, donna estrosa e raffinata. Vi si producevano, rigorosamente a mano, splendidi tappeti, borse in stoffa, e altri manufatti che venivano spediti a Firenze per essere esposti nella “Mostra dell’artigianato fiorentino.”

Numerose in loco le ricamatrici.

In un’epoca di ristrettezze economiche, seppero elevare il loro spirito, creando, con l’estro di cui erano dotate e con la malìa delle loro mani, autentici capolavori. Seppero imprigionare nel caleidoscopio dei ricami la liricità di sogni e delusioni, speranze e sospiri d’amore, lacrime e sorrisi, arcobaleni ed albe, tramonti infuocati e notti stellate. Furono le loro mani e il loro gusto a ricamare il corredo delle spose locali e non, i vestiti delle effigi religiose presenti nelle chiese del territorio, e ancora abiti e paramenti religiosi.

Un discorso a parte merita il filet. Pare abbia avuto origine dalla rete dei pescatori, per cui non sembra poi così assurdo ipotizzare che i fasanesi ne abbiano appreso il “segreto” dagli abitanti di Egnazia.

Le artigiane del filet sono innumerevoli e lavorano “nella buona stagione sul balconcino o presso l’uscio dei bassi, per prendere aria o per fruire della pubblica illuminazione. Ad attraversare, anche di sera certi vichi miracolosamente lindi, c’è da restar stupiti e ammirati dinanzi alla fila dei bianchi telai … fedeli e tiranni, su cui si curvano agucchiando donne patite e granite ragazze … mentre dalle loro dita delicate escono lavori di fino, forbitissima fattura, pezzi pregevoli a momento come i merletti di Burano e i pizzi di Fiandra che … prendono la via di Firenze o della Riviera, o compaiono nelle vetrine di Napoli e Milano.” (N. Ruppi)

I manufatti a filet più richiesti dai fiorentini erano: copritavoli, copricarrelli, copriletti, tende, centrini per comò e comodini in cordonetto (filo di cotone, lino o seta ritorto), realizzati su rete a maglia stretta con punti elaborati: “traforo”, “a spiga”, “a diavolo”, “a roselline”, “a filo”, “a stella”.

Oltre alle ricamatrici c’erano anche le commercianti di filet, una per tutte, l’intraprendente Teresa Cannone (le sorelle Antonietta, Giuseppina e Lucietta ed ella stessa erano ricamatrici e sarte). Si recava a Rimini, a Cervignano del Friuli, a Pola, a Fiume, per consegnare la merce alle ditte ordinatrici. Aveva rapporti d’affari con ditte di Buenos Aires, grazie alla zia Catalina Monopoli in Cannone , emigrata in Argentina.

Nell’Istituto del Canonico Latorre, le suore, insuperabili maestre di ricamo, insegnavano alle piccole ospiti, oltre al filet, il tombolo, un ricamo di grande valore che si esegue con dei fuselli di legno.

Con l’apertura del Laboratorio Militare (24 gennaio 1944), in cui confluirono moltissime signore  e ragazze, con paga giornaliera perfino di £ 50, l’attività manifatturiera poco remunerativa si avviò sul viale del tramonto.